NASCONDERE QUALCOSA

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto" (Calvino)

Aprile 2012 IL FASCINO DELLA BREVITA’ (Haslett e Lasdun)

Nella mia amatissima biblioteca Quarantotti Gambini, un po’ di tempo fa, sullo scaffale delle evidenze sono stati sistemati negli stessi giorni due libri per certi versi molto somiglianti. Non credo che la persona che si occupa di questo lo avesse notato o volesse intenzionalmente mandare un messaggio. Eppure lo ha fatto, con la robusta efficacia delle scelte casuali.

I libri sono entrambi raccolte di racconti, entrambi di autori anglosassoni, entrambi con titoli che, almeno nella traduzione italiana, hanno a che fare col dolore.

Il principio del dolore di Adam Haslett e Comincia a far male di James Lasdun (ma mentre il titolo originale di quest’ultimo è effettivamente It’s beginning to hurt, quello di Haslett è You are not a stranger here).

Colpita da queste similitudini, li ho immediatamente presi a prestito e ho cominciato a leggerli, riflettendo nel frattempo su questa straordinaria forma di narrazione che è il racconto breve.

Il racconto è stato definito in molti modi, ma voglio ricordare i tre contributi a mio avviso più azzeccati e rivelatori.

Domenico Rea  lo definiva, con poche ma geniali parole, “una fucilata nel silenzio”.

Julio Cortázar paragonava il romanzo a un film e il racconto breve ad una fotografia. Proprio come nell’arte fotografica, “l’autore ritaglia un solo frammento di realtà, fissandogli determinati limiti, ma lo fa in modo tale che quel ritaglio agisca come un’esplosione, un’apertura, un fermento che proietta il lettore verso qualcosa che va molto al di là dell’aneddoto effettivamente narrato”.

E infine Adolfo Bioy Casares. Appassionato di boxe, lo scrittore argentino diceva che, in quella lotta che si instaura sempre fra un testo e il suo lettore, “il romanzo vince ai punti, mentre il racconto deve vincere per knock out”.

In tutte e tre le definizioni c’è, guarda caso, l’elemento di impetuosità: la fucilata, l’esplosione, il gancio decisivo. Il racconto breve, se buono, dovrebbe avere davvero quel vigore, quella precisione, quella sorda cattiveria che all’ultima riga lasciano il lettore allibito, ferito, sul margine di una vaghezza, di un non detto che ancora gli sfugge. La verità gli è stata esplosa nell’orecchio, sì, eppure egli deve attardarsi a riflettere per recepirla, come fermo su un abisso.

L’Italia ha una nobilissima e vasta tradizione in fatto di racconti. Ne hanno scritti Pirandello, Verga, Buzzati, Calvino, per citare soltanto i più grandi.

Eppure, oggi, pare che questa forma di pennellata, rapida e luminosa, non piaccia tanto al pubblico italiano. Lo sa ogni aspirante scrittore innamorato del genere a cui capita fin troppo spesso di precipitare in una conversazione stringata e frustrante.

Scrivi?, che bello, e cosa scrivi?

Racconti brevi.

… Ah…

Ci sarà sempre qualcuno che gli dirà quell’ah, perplesso, dispiaciuto, quasi da condoglianza, aggiungendo che sai, in Italia le raccolte di racconti non vanno…

Sarà vero, non sarà vero. A forza di sentirselo dire, è lo scrittore stesso che se ne convince e a sua volta si ritroverà a ribadirlo e a pensare – falciandosi da solo talento e speranza – che i racconti non siano altro che una palestrucola per allenarsi al grande gioco del romanzo.

Non è così, non deve essere così.

Fortunatamente, dal mondo anglosassone ci viene spesso la lezione su quanto il racconto sia ancora attuale, prestigioso e autorevole. Un’arte a sé.

Queste due raccolte, ad esempio.

Adam Haslett “Il principio del dolore” 2003, Einaudi collana Stile libero Big (trad. Granato G.)

Adam Haslett, nato nel 1970, americano, paragonato dal Washington Post a Francis Scott Fitzgerald, crea personaggi difficili, ai margini della società, che per qualche motivo psicologico fisico o sentimentale, si sono isolati, esplicitamente o solo nel segreto del loro cuore, dalla vita. Le sue nove storie sono un pugno nello stomaco. La struggente Devozione è stata inclusa nell’antologia The Best American Short Stories del 2003.

James Lasdun “Comincia a far male” 2011, Fazi collana Le strade (trad. Oneto G.)

James Lasdun, nato nel 1958 a Londra ma residente negli Stati Uniti, scrive di cose più “normali”.

Un padre di famiglia preoccupato per i suoi investimenti in borsa, due amici in viaggio che si studiano l’un altro, un uomo convinto di morire a causa di un nodulo che poi si rivelerà innocuo… e così via. Esperienze che possiamo aver vissuto o sentito. Una sorte banale che d’improvviso s’increspa, ma solo di poco. Un sassolino è caduto nell’esistenza ordinata dei protagonisti, liscia come la superficie cheta di un lago, ed ecco le piccole onde frangersi contro l’equilibrio, lentamente, inesorabilmente. Uomini che si chiedono cosa sarebbe successo se, quella volta, magari, avessero trovato il coraggio di… Uomini che custodiscono un rimpianto.

Sono momenti di svolta potenziale, l’inizio di qualcosa, la deviazione, il cambiamento tanto atteso. Che però non verrà.

Ovviamente non tutti i racconti sono di pari livello. In entrambi i libri c’è la storia più riuscita, perfetta come un gioiello, e quella più modesta che forse non ricorderemo. Ma nel complesso, sono pregevoli raccolte fatte di sguardi, fratture, mezze frasi, sospensioni del destino, che restituiscono e vivificano l’arte tutta speciale della brevità.

Luisella Pacco

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Questa voce è stata pubblicata il 17 agosto 2012 da in KONRAD Recensioni 2012 con tag , , , .

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