NASCONDERE QUALCOSA

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto" (Calvino)

Aprile 2011 OGNI GIORNO MUORE UN ANGELO di Antonio Di Gregoli

Antonio Di Gregoli “Ogni giorno muore un angelo” 2002, Armando Siciliano Editore

Permettetemi una confidenza: io scrivo racconti brevi, talvolta brevissimi. A chi mi chiede perché, dico che mi piace la loro luce improvvisa, traumatica. Un racconto breve è come un flash fotografico che toglie l’oggetto dal buio e al buio subito lo restituisce.

Ma ahimè, la verità è anche un’altra… Mi è tremendamente duro reggere il lavoro di un romanzo. Occorre pazienza, rigore, costanza, memoria, sacrificio, amore totale per quello che si va scrivendo e che forse porterà via mesi, anni, della propria vita. Sere e stagioni dedicate a quella cosa sola. Difficile, davvero.

Ed è per questo che ogni volta che scopro un autore che, alla sua prima prova, riesce a tenere salde le redini di un’opera lunghissima e articolata, resto stupefatta e ammirata.

È il caso di questo romanzo di Antonio Di Gregoli. Uscito qualche anno fa, Ogni giorno muore un angelo narra le vicende di Alan e Laura, fratello e sorella, e di tutto un universo che ruota loro attorno nella Georgia del XIX secolo. Una società in profondissimo mutamento, tra schiavismo  e guerra di Secessione. Un grande affresco storico ed umano. Laura, se vogliamo, è il filo conduttore. Il romanzo la segue da quando ha tre anni fino a quando ne avrà ventisei. Ma sarebbe sbagliato definirla protagonista. Non ci sono protagonisti e non ci sono figure minori. Ogni personaggio è scolpito abilmente e con sensibilità al pari degli altri. E il romanzo sembra un fiume (a volte placido, a volte tumultuoso) in cui ogni goccia d’acqua è preziosa, ogni individuo essenziale, ogni dettaglio utile.

Edward M. Forster, nel suo delizioso saggio Aspetti del romanzo, distingueva tra personaggi delineati a semplice contorno, piatti, senza vita, tagliati attorno ad un’unica idea fissa o qualità, senza sentimenti profondi; e personaggi modellati, a tutto tondo, corposi, ricchi di sfumature e cambi d’umore, palpitanti di sofferenza rabbia o felicità.

Mentre i primi sono vuoti, meramente fini alla storia, funzionali ma sterili, è soltanto grazie ai secondi che il miracolo del romanzo può compiersi. Quel miracolo che rende possibile che una persona, libro in mano, si perda e si specchi in un altro mondo, in un altro tempo; quell’incantesimo folle secondo il quale leggere è anche, appassionatamente, vivere.

Ebbene, i molti personaggi di Ogni giorno muore un angelo appartengono – tutti, anche quello che compare più fugacemente –  alla categoria dei secondi. Li incontriamo fisicamente, come fatti di carne, e come amici perduti li ricorderemo per sempre.

Di Gregoli (che nella vita è funzionario di Polizia), è appassionato di storia.  Abbastanza ovvio quindi che, al momento di mettersi a scrivere, si sia fatto accompagnare dall’altra sua passione.

“Ho scelto lo scenario dell’America della seconda metà dell’Ottocento, della Guerra di Secessione in particolare, un periodo sul quale mi sento più preparato e su cui ho voluto aprire una finestra per il lettore. Ma al di là del contesto storico, il messaggio è che le guerre, tutte le guerre, quelle di ieri o di oggi, sono orribili, devastanti, trascinano con sé un carico di vittime innocenti”.

Ma come è nata la passione per la scrittura?

“Ho iniziato per caso. Mi sono messo al computer e ho buttato giù una pagina. Il risultato mi è piaciuto, ci ho preso gusto e ho proseguito giorno dopo giorno, fino ad accumulare 500 pagine”.

E si tratta, credetemi, di pagine vere.

Basta fare un giro in libreria, sfogliare qualche best-seller furbescamente confezionato, per rendersi conto che spesso il numero di pagine è gonfiato, dallo stesso autore che inserisce nella trama digressioni del tutto inutili, e da editori altrettanto astuti che impaginano il romanzetto iniettandoci spazi bianchi a sinistra a destra di sopra e di sotto.

Non è questo il caso… Le 500 pagine di Di Gregoli sono tutte dense e assolutamente necessarie. Non potrebbe esser tolto un rigo senza recare danno al perfetto equilibrio della vicenda.

L’unico commento sfavorevole, spiace dirlo, riguarda l’editore, Armando Siciliano, che non ha curato bene né l’editing né la distribuzione.

Auguro sinceramente a questo romanzo di trovare un altro editore che lo sostenga e lo valorizzi come merita.

Luisella Pacco

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Questa voce è stata pubblicata il 17 agosto 2012 da in KONRAD Recensioni 2011 con tag .

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