NASCONDERE QUALCOSA

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto" (Calvino)

Aprile 2010 FREELANDER di Miljenko Jergović

Miljenko Jergović “Freelander” 2010, Ed. Zandonai collana I piccoli fuochi (trad. Ljiljana Avirović)

Tutti noi ricordiamo, con stupefacente precisione, l’inizio di una storia d’amore, quel particolare sorriso o sguardo o gesto gentile che ci fece pensare “Ecco, mi innamoro…”.

Nel corso del tempo non tutto ci piacerà di lui o di lei, eppure una parte di noi resterà per sempre dolcemente agganciata a quell’istante decisivo. Succede così anche quando ci si innamora di un regista, un pittore, uno scrittore. Non tutto ci piacerà della sua opera, o forse non la conosceremo nemmeno per intero, ma ci sarà sempre quella scena, quel quadro o quella frase, a ricordarci l’antico colpo di fulmine.

Con Miljenko Jergović il mio coup de foudre è avvenuto leggendo Le Marlboro di Sarajevo, superba raccolta di racconti – brevissimi, incisivi, semplici come sono assurdamente semplici la vita e la morte – che descrive, senza mai descriverlo direttamente, il lunghissimo e tragico assedio di Sarajevo. La guerra interseca le cose, le persone, i loro giorni, e a casaccio, con la violenza e l’irragionevolezza che le sono tipiche, colpisce quella quotidianità che pareva (ma solo pareva) normale.

Soprattutto mi colpì il racconto dell’assediato che dalla finestra vede bruciare le biblioteche.

Che si tratti di libri, lo capisce dal tipo di fuoco. Se è lento e pigro, a saltare è stata la casa di un poveraccio; se diventa una sfera bluastra era un loft elegante rivestito di legno laccato. Ma se le fiamme si impennano repentine, selvagge e dissolute come i capelli di Farah Fawcett per poi svanire più repentine ancora lasciando al vento sfoglie di cenere plananti sopra la città, tu sai che poco prima è andata a fuoco una qualche biblioteca privata. Scatta allora la riflessione dolorosa sui libri posseduti e amati, sugli oggetti cari, e sulla totale inutilità di tenerseli così stretti poiché in un mondo come questo andranno comunque perduti. C’è solo da star pronti all’evacuazione, c’è solo da avere la valigia sempre pronta, colma di poche cose necessarie. Quel che resta fuori è già perduto. Inutile andare in cerca delle ragioni, del senso, di una giustificazione. Appesantisce, come i ricordi.

Ecco il mio colpo di fulmine per Jergović, l’immagine che sempre mi porterò dentro: i libri bruciati di Sarajevo, la loro cenere che scende dal cielo.

Miljenko Jergović , nato a Sarajevo nel 1966, è uno scrittore ormai molto noto e apprezzato anche in Italia. Nel nostro paese ha vinto numerosi premi e molti altri sono i premi europei, e molte le lingue in cui è stato tradotto. È un poeta (come tale ha debuttato, giovanissimo, vincendo un prestigioso premio di poesia) ma è anche drammaturgo, sceneggiatore, giornalista. È stato definito uno scrittore classico moderno, che sa descrivere con accuratezza e lenta profondità, ma sa anche tagliare lasciando l’essenziale. È stato definito l’erede di Ivo Andrić.

Ma quanto conta elencare i premi, le traduzioni, le definizioni?

Conta l’emozione, la passione, il coraggio di narrare veramente (che non tutti gli scrittori hanno e che lui, potentemente, possiede e usa). Contano le digressioni che, sempre nelle storie di  Jergović, riallacciano a qualcosa di lontano e smarrito.

La scrittura di Jergović è una questione d’amore, nel senso più nobile e più disperato.

Freelander, uscito da poco nella collana “I piccoli fuochi” di Zandonai Editore, tradotto da Ljiljana Avirović, fa parte della trilogia dell’automobile iniziata con Buick Riviera (ambientato nell’Oregon, USA, ma con protagonisti che vengono dalla Bosnia, e la Bosnia se la portano addosso) e che si completerà con Volga, Volga che vedremo in Italia tra qualche tempo.

In questa storia ci accompagnano un’altra automobile (una Volvo) e un’altra storia. Ma forse non tutto è poi così altro, visto che a tener banco, tra le righe, è sempre lei, la nostalgia struggente per un passato, una terra, una vita, una Bosnia lontana nello spazio e nel tempo. Crudelissima lontananza, questa, poiché se i chilometri si possono anche macinare, chi mai potrà correre indietro negli anni perduti?

Il protagonista di Freelander  è il sessantaseienne professore di storia Karlo Adum, vedovo, pensionato, nato a Sarajevo, che vive a Zagabria da moltissimi anni. Un giorno riceve un telegramma: è morto suo zio, fratello (maggiore!) del padre. A conti fatti dovrebbe avere cent’anni o più. Non lo aveva praticamente mai visto, perché lui e suo padre avevano litigato quando Karlo era ancora piccolo. E dunque, che mai significa questo telegramma? Un’eredità, forse? O uno scherzo cattivo? Il professore sfoga i dubbi col postino, suo unico amico, quello con cui beve ogni tanto un bicchierino di travarica, e alla fine decide di partire alla volta di Sarajevo.

Parte con la sua Volvo che non l’ha mai abbandonato, comprata trent’anni prima, quando era giovane e spensierato, quando avere quella costosa macchina color arancione era un vanto e una dolce follia. E parte con una pistola. Perché? Le ragioni sono molte, ma forse si riassumono bene in questa frase. La gente è infelice, pensò il professor Adum, e a causa della propria infelicità è pronta a compiere ogni tipo di male. Per questo aveva preso con sé la pistola.

Accadranno molte cose a questo professore un po’ cinico e triste, un po’ freelander lui stesso, senza patria, sradicato. Molti incontri e molti panorami passeranno davanti al suo sguardo stanco che non crede più in niente. Ma soprattutto, ad ogni angolo, ad ogni odore, sarà divorato da immagini ed episodi del passato. Divorato da quella Bosnia da cui è scappato con mamma Cica cinquantadue anni prima, quella Bosnia celata nel proprio nome, nel luogo di nascita sottaciuto, nell’accento che ogni tanto irrompe come la peste, senza alcuna possibilità di tenerlo nascosto.

 

Luisella Pacco

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Questa voce è stata pubblicata il 17 agosto 2012 da in KONRAD Recensioni 2010 con tag , .

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