NASCONDERE QUALCOSA

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto" (Calvino)

Aprile 2009 QUI E’ PROIBITO PARLARE di Boris Pahor

Boris Pahor “Qui è proibito parlare” 2009, Fazi Editore (trad. Martina Clerici)

Leggendo il nuovo romanzo di Boris Pahor, si rischia di commettere un grossolano errore. Ossia, di non apprezzarlo abbastanza perché indotti al continuo e inopportuno paragone con Necropoli.

Lo stesso editore ne ha colpa. In quarta di copertina una serie di entusiastici giudizi ci rammenta che cosa i più autorevli commentatori hanno detto di Necropoli: “romanzo straordinario”, “un libro grandioso”, “un’opera letteraria sorprendente”, “un libro tremendo e bellissimo”, “un capolavoro assoluto”.

Tutto vero. E lo scopo è evidente: si vuole attrarre anche il lettore più sbadato, tirandolo per la giacchetta dirgli “Ricordi quel libro magnifico e doloroso di cui tutti parlarono l’anno scorso? Ecco, l’autore è lo stesso”

Eppure, in questa mossa commercialmente comprensibile, c’è qualcosa di triste e ingiusto come sarebbe ingiusto costringere il minore di due bimbi fratelli a parlare sempre dell’altro, a magnificarne i talenti, senza mai concedergli il tempo, la dignità di cominciare a definire se stesso.

Per questo, per difendere questo immaginario bimbo muto, per aiutarlo ad affrancarsi dall’altro, e a crescere, non farò cenno a Necropoli. Non ce n’è alcun bisogno.

Scritto nel 1963, Qui è proibito parlare non è affatto minore. Come altri romanzi di Pahor, ha una sua netta, sbalorditiva personalità.

Ema è una giovane slovena del Carso che si aggira sola tra le vie di Trieste in cerca di lavoro. Attorno a sé, sente distacco e ostilità. La famiglia è perduta.

Vittima di un isolamento lungo, amarissimo e pressoché totale, una sera, sul molo San Carlo (oggi Molo Audace) incontra Danilo, un uomo forte e tranquillo.

Fino ad allora, Ema è stata testimone solo della frenesia, della bassezza degli uomini. La sorella Fani, prima di morire, si era data ai fascisti, venduta nell’anima, nell’identità e nel corpo. E lei stessa, camminando da sola per la città, deve difendersi dalle smanie dei soldati ubriachi che la rincorrono. “… il rumore delle scarpe ferrate dei militari, che proprio ora si annunciano in fondo al vicolo angusto. Ema accelera il passo automaticamente, come quando si viene colti di sprovvista dalle prime gocce di pioggia; ma i figuri l’hanno già raggiunta. “Ehi, bionda!”

Riuscita a fuggire, chiuso il portone, passati i minuti di terrore, andati via delusi i soldati, Ema sa che ce n’è ancora uno, sente il respiro di lui attraverso la serratura. “Lo facciamo qui nell’altrio” dice con tono complice “Apri, dai”.

Come può, Ema, davanti a questo, non essere disgustata?

Danilo, però, miracolosamente (è davvero un miracolo, la naturalezza con cui nasce il vero amore) le infonde fiducia. Con lui sente di poter tirare un sospiro di sollievo. Frequentandolo, tutto quello che dell’amore le sembrava immondo e pericoloso, le si spalanca davanti in un altro modo. Immaginare quel sentimento non è più così impossibile; si risvegliano in lei l’urgenza, la saggezza di amare.

Con lui e con sua madre, che la ospiterà nella casa di Barcola salvandola dalle miserie della sua brutta stanza, sente di aver ritrovato la famiglia della sua infanzia, di averne trovata una ancora più solida, e che il futuro le si apre dinnanzi intatto.

Tutto sarebbe semplice (ammesso che una storia d’amore, nelle sue infinite cromie di timidezza e felicità, possa dirsi semplice). Una donna, un uomo. E sullo sfondo, Trieste, che si fa romantica per loro, regalando scorci come fossero doni. Il suo mare, il suo vento. Una Trieste che luccica d’argento.

Potrebbe persino sembrare che, al di là di Ema e Danilo, la vera protagonista del romanzo sia questa città. Non è così. Trieste è sfacciatamente presente, sì, persino troppo. È dappertutto, apre, percorre e chiude i capitoli, invade le righe, insegna al lettore il nome di ogni strada, lo incanta con la luce di ogni piazza. Spezza il cuore con la sua bellezza. Ma non è la protagonista, perché non è per lei che si lotta, non per lei si rischia la vita.

La vera protagonista è la lingua, la lingua slovena, la lingua che non si può parlare, sussurrata sottovoce affinché nessun fascista possa sentire e castigare, la lingua della famiglia improvvisamente diventata altra, diversa, lontana: nomi di persone e di luoghi cambiati, straziati in sillabe estranee senza significato. Che assurda cosa, l’italianizzazione dei toponimi e dei nomi di battesimo, dei cognomi dei vivi e di quelli dei morti sulle lapidi nei cimiteri…

Tutto sarebbe semplice, dicevo, se gli anni non fossero quelli opprimenti e cupi che precedevano lo scoppio della seconda guerra mondiale, quando la dittatura fascista voleva dire – tra le molte deprecabili cose – anche cattiva e cieca slavofobia. Via la multiculturalità, via la colorata e dotta Trieste-crogiolo, via le tradizioni slovene, via la nobile lingua, via le scuole, via gli abbecedari!

Si può forse immaginare qualcosa di più candido e delizioso di un abbecedario, e del volto di uno scolaro chinato a cogliere i segreti di una parola dolce e nuova, che la lingua madre generosamente gli dischiude?

Eppure, è anche su questo terreno così innocente che si consuma la crudeltà degli uomini, il loro nazionalismo folle.

Quale possibilità di difenderti ti rimane se dappertutto , dove sorgono case di cultura slovene, s’innalzano i roghi; e non basta averti privato delle scuole e dei giornali nella tua lingua, ma addirittura non ti è permesso di esistere pubblicamente come sloveno. Allora ti ritrovi ad affrontare un dilemma peggiore di quello di Amleto. Perché essere o non essere non è una questione tua personale, non si tratta, cioè, soltanto di sostituire il tuo io con un altro preso in prestito, ma della responsabilità che ti assumi nei confronti della storia, delle generazioni che verranno dopo te, o che non verranno, se permetterai che con te annientino anche i tuoi discendenti.

E allora, comprendiamo che questa storia non è affatto semplice.

Ema si innamora di Danilo, già impegnato nella resistenza, e con lui comprende che la sua rabbia di slovena è stata fino ad allora vana, inerte. Non ha fatto nulla di utile, di concreto. Deve tirar fuori il coraggio, partecipare.

E lo farà così, impegnandosi a distribuire libri ai bambini sloveni che altrimenti sarebbero costretti a dimenticare la loro lingua.

Una resistenza diversa da quella che solitamente immaginiamo, che non conosce azioni intrepide e brutali. Una resistenza tanto più tenace perché sottile e silenziosa; tanto più esemplare perché al servizio della parola, della cultura.

Ema, iniziata l’attività clandestina, sente che la sua vita prende una direzione più consapevole e precisa. E persino l’estrema conseguenza del carcere sarà per lei, paradossalmente, una conquista di libertà. La Ema che passeggiava davanti al mare nel primo capitolo, infatti, era infinitamente più prigioniera di se stessa e del destino, di quella rinchiusa al carcere dei Gesuiti tra prostituite e delinquenti, ma dentro di sé liberata e risoluta.

Il titolo originale del romanzo, Parnik trobi nji, ci suggerisce il mare, un vaporetto, il languido suono di una sirena che canta per Ema.

Ma nella scelta del titolo italiano prevale, giustamente, la questione della lingua, nocciolo centrale della storia.

Qui è proibito parlare è un grande romanzo sul coraggio e sul dovere di trovarlo in fondo a se stessi.

È un favoloso esempio di come una vicenda storicamente collocata ed eticamente impegnata, possa poggiare su dettagli intimi, minimi e privati, compiendo quel prodigio che si chiama narrativa.

Ed è – soprattutto, direi – un romanzo d’amore, sull’importanza la serietà e la rettitudine di questo sentimento. Tra le pagine bellissime e appassionate, c’è forse una frase, di Danilo, che più delle altre dice tutto (senza dire nulla) sull’amore.

Passeggio di notte con una sconosciuta” disse serenamente. “Devo ancora scoprire tutto di lei”.

Luisella Pacco

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Questa voce è stata pubblicata il 17 agosto 2012 da in KONRAD Recensioni 2009 con tag , .

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