NASCONDERE QUALCOSA

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto" (Calvino)

Aprile 2008 FUOCO AMICO di Abraham B. Yehoshua

Abraham B. Yehoshua “Fuoco amico” 2008, Einaudi (trad. Shomroni A.)

Abraham B. Yehoshua in un’intervista di qualche anno fa disse qualcosa che non ho mai più dimenticato. “Bisogna credere nel lettore”, disse, “non bisogna scrivere per compiacerlo o per rendergli agevole la lettura, come se fosse un ritardato a cui bisogna spiegare ogni cosa. Occorre credere in lui, nella sua intelligenza, nella sua sensibilità. Bisogna dargli fiducia” aggiunse, “se gli si dà fiducia, chiedendogli uno sforzo, una partecipazione attiva, il lettore mostrerà gratitudine perché il libro diventa parte di lui, di un lavoro che ha condiviso”.

Da allora, ogni volta che leggo questo straordinario autore israeliano rammento quelle parole, e alle prime pagine chiedo: “Ebbene, signor Yehoshua, anche questa volta ti fiderai di me?”

Leggendo Fuoco amico, ho rinnovato la domanda, e la risposta è stata, nuovamente, “sì”.

Il signor Yehoshua si fida, non mi dice tutto. Lui, che conosce a fondo l’animo umano, lo disvela piano, e mai per intero, come per riserbo, per delicatezza nei confronti dei suoi personaggi. Nasconde in segreti interstizi le verità più piccole (solo apparentemente irrilevanti), e questo mi consentirà seconde e terze letture, profonde e sorprendenti quanto la prima. Quale regalo più grande di questo?

La trama è semplicissima, lineare.

Amotz e Daniela, sessant’anni circa, sposati da molto tempo e ancora teneramente innamorati, si separano per una settimana. Lei infatti vuole andare in Tanzania a trovare il cognato Yirmiyahu, da un anno vedovo di sua sorella Shuli.

Yirmy, oltre che per l’improvvisa scomparsa della moglie, è afflitto soprattutto per la morte avvenuta anni prima del figlio Eyal, colpito da “fuoco amico”. Un’espressione che lo indigna: dovrebbe forse lenire il dolore sapere che un soldato è stato ucciso per errore dai suoi compagni?

Solitario e arrabbiato, Yirmy ha tagliato i ponti con Israele, con la storia del suo paese, con la guerra senza fine, con la sua stessa identità ebraica. In una terra lontana e diversa – dove essere ebrei non conta nulla, dove i bianchi sono muzungo, spellati della loro pelle nera – Yirmy segue il suo unico comandamento: dimenticare.

Diametralmente opposto l’obiettivo di Daniela la cui visita ha lo scopo dichiarato di voler ricordare il più possibile. Sente l’esigenza di rimpiangere Shuli, di parlare di lei, di vedere dove è morta, di annusare i suoi abiti, di soffrire ancora, di esasperare il lutto, come se fosse l’unico mezzo per uscirne.

Amotz ha sempre viaggiato accanto alla moglie, solerte nello sbrigare ogni cosa pratica. Ma questa volta, pur preoccupatissimo per la sua sorte, non la accompagna, perché sa che questo viaggio è solo suo e di chi più intimamente ha conosciuto e amato Shuli. Lui sarebbe di troppo. Così, resta a Tel Aviv, a occuparsi della faccende quotidiane, dell’anziano padre, dei figli, dei nipotini. E del lavoro.

Progettista di ascensori, Amotz deve risolvere un problema: c’è un palazzo in cui gli ascensori nei giorni di bufera emettono strani rumori, suonano il vento come un flauto suonerebbe il fiato del suo musicista. Gli inquilini se ne lamentano, seccati. E se ruach in ebraico significa vento, ma anche spirito (ruach refaim è lo spirito dei morti), quante e quali suggestioni scaturiscono da questo bizzarro mistero che cambia faccia d’improvviso, e diventa più attinente all’anima che all’ingegneria.

È la settimana di Hannukkah, festività ebraica tra le più amate, che commemora la consacrazione di un nuovo altare nel Tempio di Gerusalemme dopo la vittoria dei Maccabei . Si accendono candele ogni sera – una due tre… fino a otto – e lo si fa insieme alle persone più care.

I capitoli, come accade anche in altri libri di Yehoshua, sono brevi e alternano le vicende di un personaggio e dell’altro. Così, leggendo, sembra davvero di camminare tenendo per mano da una parte Amotz e dall’altra Daniela, e di guardare l’uno e l’altra alternativamente, negli occhi.

Lui, lei. Israele, l’Africa. Le candele accese, i cieli stellati. Tutto, con così tanta vividezza di normalità che, a libro chiuso, tra una sera e l’altra – mentre si lavora, si chiacchiera, si mangia – i personaggi tornano in mente, parlano all’orecchio.

Lungo l’intera settimana accadranno tante cose. Ogni libro di Yehoshua, del resto, si regge su moltissimi elementi, su ciascuno dei quali sarebbe bello dissertare.

Ma se numerosi sono anche gli aspetti di Fuoco amico, uno è il più lampante: nonostante il titolo che costantemente richiama alla morte e alla guerra, questo è un libro sull’amore, su ciò che occorre per tenerlo vivo: compromesso (che, attenzione, non è debolezza), tenacia (che non è ostinazione), discrezione (che non è distanza).

Nell’ultima sera di Hannukkah, marito e moglie sono di nuovo insieme. Ad Amotz non piace il canto che Daniela propone dopo le benedizioni, ma lei insiste, forte e dolce: “Non ti accadrà nulla di male se lo canterai con me, in duetto”.

Luisella Pacco

 

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Questa voce è stata pubblicata il 17 agosto 2012 da in KONRAD Recensioni 2008 con tag , .

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